LA VANITA’ DELL’ASSENZA

11 Marzo 2019 Non attivi di dfn

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 In tempi più che remoti, per la precisione nell’Ottocento, partecipare ad un “vernissage” significava essere dei privilegiati, proprio perché solo in quell’occasione l’artista stendeva la vernice finale trasparente, l’atramentum, affinché i dipinti mostrassero una maggiore lucentezza, prima dell’apertura ufficiale della mostra al pubblico, decidendo così di “esporsi” alla pre-visione di tutti coloro – organizzatori, artisti, collezionisti, personaggi di spicco – che assumevano a tutti gli effetti i connotati di prescelti. In tempi più recenti partecipare ad un vernissage significa, nel più delle volte, non essere stati scelti ma scegliere, attraverso un semplice sito in internet, un qualsiasi evento artistico, con dicitura appunto vernissage, vedere l’orario, l’indirizzo e, se si ha tempo e voglia, recarvisi, senza sapere, nella maggior parte dei casi, chi sia l’artista e a che cosa si andrà ad assistere. Di stesura finale di vernice trasparente nemmeno l’ombra, l’atramentum ormai è una parola che a chi la sentisse potrebbe far pensare più ad una specie di sventura dalla quale nessuno si potrà più salvare. E allora gli unici protagonisti dell’evento in questione diventano, troppo spesso, solo loro: il cibo e l’alcool. E così si vedono aggirarsi in questi luoghi veri e propri “personaggi”, figure evanescenti, che sembrano vagare, attraverso impalpabili e sfuggenti corpi, solo alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i loro denti super affilati, proprio per placare una consistente e imprescindibile fame, che non è quella di pizzette e tartine, ma soprattutto fame di presenza, che diventa appunto esistenza, sopravvivenza in un mondo nel quale si deve a tutti i costi apparire, ritrovarsi per poi riperdersi nuovamente. Ed è appunto a queste eteree ed incantate figure che l’amico Fiocchi Nicolai – lui per primo assiduo frequentatore di vernissage e quindi “affamato” come, se non più, di quegli stessi diafani personaggi – sembra riferirsi e ispirarsi, allontanandosene però allo stesso tempo. Si perché la sensazione che si avverte in ogni suo quadro è quella di un’artista che sembrerebbe aver passato e ripassato, su questi volti e corpi sfumati e indistinti, proprio quella vernice trasparente, finendo per renderli ancora più nitidi e resistenti al tempo, in una parola vivi. Una pittura dunque schietta e sincera, ma anche riservata e segreta, che cerca a tutti i costi di immortalare ciò che di per sé è già morto, svanito, in quanto mai esistito, verniciando e sverniciando, senza fine, dei semplici e mortali esseri umani in un momento di epifanica e vanitosa assenza.  

Matteo Maione