LUCI in SALA

11 Marzo 2019 Non attivi di dfn

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Guardando le opere dell’amico e appassionato di cinema Dario Fiocchi Nicolai mi è sembrato, fin dal primo momento, di vederci dentro esattamente quello che provo ogni volta che mi capita di andare ad assistere ad una proiezione, non chiaramente in un cinema qualsiasi, ma in una sala in genere frequentata da un pubblico preminentemente cinefilo. E allora, osservando questi volti e le loro espressioni, catartiche e sognanti, di spettatori, bramosi e avidi di quelle immagini e di quei fotogrammi che, di lì a poco, si mostreranno ai loro famelici occhi, percepisco perfettamente quella sensazione che sempre mi capita di avvertire nei pochi istanti che precedono la proiezione della pellicola; è dunque proprio in quel momento, in quella sorta di intervallo temporale, che è racchiusa una specie di propensione ad accogliere il potere dell’immagine del cinema come quello capace di creare una “zona morta”, uno spazio svuotato, puro e primigenio, in quanto lontano da quei meccanismi di estensione e proliferazione della realtà. Una sorta di temporalità differente, di pre-visione, frammentata in quanto “in attesa” di qualcosa, preveggente ma anche al tempo stesso conoscente e consapevole di ciò che a breve riaccadrà nuovamente. Tutti quei volti e quelle figure, dunque, non fanno altro che ripetere un momento di epifanica assenza, prima dell’agognata manifestazione. Di certo l’amico Dario, in/consapevolmente, ha cercato di rappresentare proprio questa sensazione, cercando di non venir meno all’attesa, di non deluderla, fissandola per sempre, e andando così, per certi versi, al di qua di quel tempo che poi verrà vanificato dalla proiezione stessa, nemica a questo punto dello spettatore perché chiarificatrice e rivelatrice di un segreto già conosciuto. E allora, in quegli sguardi disincantati, tristi, e così caricaturalmente poetici, mi pare di tornare bambino e sentire nuovamente quell’emozione dello spettacolo cinematografico, ma più di tutto della sala piena e di quella sospensione prima del buio e dell’inizio o, a questo punto, della fine di tutto. E così questi uomini e donne, giovani e anziani, non fanno che aspettare, beckettianamente parlando, un Godot che poi non è altro che il film inteso come deus ex machina: e in questo intervallo di tempo alcuni si distraggono, chi scrivendo, chi pensando o chiacchierando con il vicino di poltrona, anche lui sospeso in questo limbo atemporale; altri, invece, ci fissano, si fissano, cercando appunto un semplice riconoscimento o una complicata complicità. L’aspetto figurativo è in parte debitore di certe opere di Arcimboldo; se lì il manierismo burlesco cercava di deformare grottescamente le figure, alla ricerca del significato inquieto della natura umana, qui, invece il gusto del “mostruoso” è tutto teso alla ricerca di una verità ancora da definire, ma non per questo ancora perduta nell’abbaglio delle luci in sala.

 Matteo Maione